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Coming Home agosto 16, 2012

Posted by brzo in Change!.
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La giornata di lavoro e’ finita, a rapide falcate mi dirigo verso il parcheggio e salto in auto.
Qualche volta tutto quello che ci vuole per spegnere i pensieri e’ una bella canzone, quindi alzo il volume sugli Afterhours e metto in moto.
Mi colpisce il pensiero che ascoltarli qui in Brasile sia come introdurre un animale esotico nella periferia milanese, solo al contrario..
Liberiamolo dunque: abbasso il finestrino, una ritoccatina al volume e scatto in direzione centro cittadino.

Il paesaggio scorre veloce ai lati mentre approfitto dei varchi nel traffico per guadagnare tempo e posizioni.
Ormai e’ queste strade sono familiari, ed accolgono sterzate morbide e semafori bruciati come se mi accompagnassero nel rientro serale.
Cosi’ per un attimo mi soffermo a riflettere che in pochi mesi questo sfondo e’ passato dall’essere estraneo e ostile ad essere il teatro amichevole dei riti quotidiani.
Quanto in fretta riusciamo ad assimilare la rivoluzione di paradigmi ed abitudini!

Prima ancora che il mio trasloco abbia attraversato l’oceano e sia stato liberato dalla dogana, e quindi senza nulla di quel che di familiare avevo intorno fino a un attimo fa, mi rendo conto che il concetto di focolare domestico si sta gia’ assestando sul nuovo scenario.

Se il solitario neurone che ancora mi accompagna si sta gia’ ambientando cosi’ bene, comincio a sospettare che di realmente indispensabile in fondo ci siano solo le relazioni, tutto il resto puo’ essere gettato nel secchio dell’accessorio.

E se la distanza di un oceano puo’ essere annullata con una manciata di click, e rivedere un sorriso o scambiare un pettegolezzo e’ questione di istanti, cosa definisce il luogo che consideriamo casa?

Sto semplificando, e’ evidente, nulla sostituisce un abbraccio o una bevuta nel portico.
Ma se fino a pochi anni addietro chi cambiava paese si lasciava indietro ogni cosa, oggi il ventaglio di possibilita’ che si apre per annullare le distanze con relazioni e affetti e’ impressionante.

Questo genera un corollario interessante: se cambiare vita e paese diventa progressivamente piu’ semplice (burocrazia a parte), stiamo forse assistendo alla nascita della prima generazione di lavoratori davvero globali e globalizzati?
Maree ondivaghe di persone che si spostano da un paese all’altro in cerca delle condizioni migliori, senza per questo perdere il contatto con i propri cari.

In questo contesto, il concetto stesso di nazionalita’ ha ancora un senso?
Mi rendo conto che sia funzionale alla gestione ordinaria degli organismi governativi, che devono pur sapere a chi inviare le cartelle esattoriali.
Ma dalla prospettiva degli individui, che questi organi dovrebbero rappresentare, il luogo contingente in cui si trovavano i nostri genitori quando siamo venuti al mondo e’ ancora l’elemento piu’ rilevante per catalogarci?
Ne esce ancora peggio lo iure sanguinis, perche’ considerare l’albero genealogico in un contesto di spostamenti sempre piu’ rapidi corre il fortissimo rischio di diventare anacronistico e inefficace.

Mi spingo oltre, se la nazionalita’ diventa un concetto temporaneo, i primi Stati che prenderanno misure concrete per attrarre i lavoratori migliori saranno quelli che si ritroveranno con la produttivita’ piu’ alta.
Ed avranno tutto l’interesse a considerare questi nuovi arrivati come cittadini a tutti gli effetti, perche’ saranno loro a detenere una fetta consistente di redditi (tassabili) e conoscenze (brevettabili).
Ed avranno quindi tutto l’interesse a favorire anche la loro rapida integrazione, ed a garantire magari una immigrazione agevolata per i profili piu’ ricercati dal mercato.

Sogno ad occhi aperti, come contrappasso alle infinite rogne burocratiche da affrontare oggi per cambiare paese?
Puo’ darsi, ma resto convinto che la partita dei prossimi anni si giochera’ sul campo della conoscenza, e che questo inevitabilmente impattera’ i flussi migratori.
Alla politica il compito di direzionare questi flussi secondo criteri di giustizia ed equita’, che considerino le persone capitale umano su cui investire e non solamente risorse da sfruttare.

Ed in questo rimuginare apro la porta di casa, e sprofondo in un divano che sto iniziando a trovare comodo..

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