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Don’t fear the Reaper settembre 20, 2013

Posted by brzo in Mind.
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Attraverso il Times scopro che Google sta lanciando (ed abbondantemente finanziando) un’altra scommessa, leggasi start-up, Calico, che si occuperà di esplorare nuove soluzioni riguardo l’invecchiamento degli esseri umani.

Ora, che una delle aziende tecnologiche di punta si interessi al mio processo di decadimento fisico non può che farmi piacere, stiamo parlando di chi vorrebbe rendere disponibile internet al mondo attraverso palloni aerostatici ad alta quota, quindi sono moderatamente ottimista..
Tuttavia una vocina mi allerta: se tra dieci o vent’anni, e quindi auspicabilmente in tempo utile per approfittarne, potrò trasferire pensieri e coscienza in un processore e candidarmi all’immortalità in un simulacro digitale, diventerò una creatura ancora più facilmente manipolabile?

Ammettendo di potercelo permettere, e quindi senza scivolare nella questione di un digital divide di funebri conseguenze, finiremo diventare codici a barre nel database di una corporazione il cui core-business è la ricerca di informazioni ed il marketing mirato accanto ad esse?
Assisteremo ad una Resistenza fatta da chi ostinatamente rifiuta di prolungare il proprio passaggio su questa palla di fango come scelta di consumo consapevole?

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Flynn Effect luglio 25, 2012

Posted by brzo in Change!, Mind.
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James Robert Flynn e’ uno psicologo americano, emigrato in Nuova Zelanda all’inizio degli anni Sessanta, che ha dedicato la vita allo studio dell’intelligenza umana.

Innanzitutto si e’ occupato di definirla come indipendente dalla cultura, sottolineando che la tipologia di pensiero richiesta per risolvere un problema di sopravvivenza nel deserto e’ molto diversa da quella richiesta nelle societa’ occidentali per raggiungere il successo, ma che entrambi i contesti richiedono senza dubbio intelligenza.

Quindi ha cercato di capire come fosse possibile quantificarla da una prospettiva oggettiva, analizzando i test di misurazione dell’IQ (Intelligence Quotient) e raffinandoli per eliminarne le maggiori distorsioni.

Conducendo serie costanti di test ha per prima cosa smontato le tesi di chi sosteneva la prevalenza di una base razziale rispetto ai punteggi raggiunti nei test IQ.
E mostrato come siano invece le variabili ambientali ad avere l’impatto maggiore sullo sviluppo dell’intelligenza umana.

Ma soprattutto si e’ imbattuto in un fenomeno che ha preso il nome di “Effetto Flynn”: un sostanziale e continuo aumento nei punteggi ai test d’intelligenza, registrato in varie parti del mondo.

Quando i test IQ sono standardizzati inizialmente, attraverso un campione di partecipanti, convenzionalmente alla media dei risultati viene attribuito un punteggio di 100, e la deviazione standard (che misura la dispersione del campione statistico) e’ fissata a 15 punti.
Periodicamente i test IQ vengono rivisti, utilizzando un campione di partecipanti di solito nato piu’ recentemente del campione precedente.
Quando il nuovo campione di partecipanti viene messo alla prova sui vecchi test, quasi sempre la media dei risultati raggiunge un punteggio significativamente piu’ alto di 100.
Per esempio i militari di leva olandesi, che partecipano ai test come parte del processo di arruolamento, sembrerebbero aver guadagnato 30 punti di IQ tra il 1952 e il 1982.

C’e’ discussione aperta sul significato di questa tendenza, ma l’opinione prevalente e’ che solo parzialmente si tratti di un aumento dell’intelligenza comunemente percepita.
Piuttosto il processo di scolarizzazione porta ad aumentare le abilita’ legate alla risoluzione di problemi, e di conseguenza ad aumentare il rendimento nei test.
Nello specifico le aree del cervello ad essere maggiormente stimolate sembrerebbero essere quelle legate alla memoria episodica, alla matematica ed alla semantica.

Se la stimolazione cognitiva e’ la base di quello che potremmo considerare il potenziale del capitale umano, quanta rilevanza acquistano l’istruzione pubblica e l’imprinting familiare?
Quante potenzialita’ restano inespresse perche’ non vengono sospinte nella direzione giusta e supportate adeguatamente?

Per contestualizzare la domanda, proviamo a considerare che negli Stati Uniti l’11% dei maschi bianchi sotto i 45 anni e’ defunto o disfunzionale, percentuale che esplode al 34% se consideriamo i maschi di colore.
Questa enorme sproporzione rispecchia i differenti livelli di reddito medio delle due classi in oggetto: possiamo quindi considerarla una riflessione diretta di quanto le condizioni economiche, base imprescindibile per l’istruzione, influiscano sulla realizzazione delle potenzialita’ del capitale umano.

Come tutte le tendenze, anche questa e’ in costante evoluzione: gli stessi test IQ sono stati condotti sui militari di leva Norvegesi, nel periodo che va dagli anni Cinquanta al 2002, e mostrano che nel corso degli anni Novanta l’aumento nei punteggi si e’ arrestato, e che potremmo persino star registrando i primi segni di un periodo di declino.
In numerosi paesi occidentali si registra negli ultimi anni la stessa inversione di tendenza, spesso in concomitanza con riforme dell’istruzione (figlie illegittime della crisi che ha investito l’Europa nell’ultima decade).

Spetta a noi decidere quanto vogliamo compensare queste “variabili ambientali” con le nostre scelte quotidiane, e contribuire alla costruzione di un mondo dove il capitale umano sia valorizzato e non disperso.

Cominciando dal regalare un libro ad un amico, e attraversando tutte le sfumature ed i discorsi che portano ad eleggere un rappresentate piuttosto che un altro, a comprare un prodotto piuttosto che il suo concorrente, a diffondere un’idea piuttosto che accettare passivamente lo status quo.

Express Yourself luglio 12, 2012

Posted by brzo in Mind.
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Vivere in un paese di cui non si padroneggia la lingua ha almeno due conseguenze immediate: accrescere oltre misura la sfacciataggine col gentil sesso, e prestare molta piu’ attenzione alla comunicazione non verbale, alle espressioni del viso spesso piu’ rivelatrici di molte parole.

L’esotica fanciulla che incrocia il nostro sguardo un istante, lo distoglie evitando il contatto visivo, increspa appena le labbra in un accenno di sorriso, e’  immediatamente riconoscibile: flirt!
D’altro canto facendo una nuova conoscenza, anche se la conversazione e’ stata perfettamente normale e amichevole, puo’  capitare di percepire sottili segnali per cui a posteriori commentare con tragica preveggenza “Non credo di piacerle”.

Il viso e’ uno strumento di comunicazione cosi’ straordinario che devono esserci delle regole che ne governino l’interpretazione.
Ma quali sono queste regole?
E saranno le stesse per tutti?

Negli anni Sessanta un giovane psicologo di San Fancisco, Paul Ekman, inizio’ a studiare le espressioni facciali, e si accorse che nessuno possedeva una risposta a queste domande.
L’argomento era stato trattato da Darwin in una delle sue ultime opere, “The expression of the emotions in man and animals”, nella quale affermava che tutti i mammiferi mostrano le emozioni in maniera inequivocabile.
Ma la psicologia successiva si era concentrata su cause ed effetti di queste emozioni, senza investigarne affatto l’espressione.

Quindi Paul comincio’ a viaggiare, Giappone, Brasile, Argentina, portando con se’ una serie di fotografie di uomini e donne il cui viso esprimeva una vasta gamma di emozioni: ovunque andasse le espressioni venivano inequivocabilmente riconosciute.
Tuttavia era possibile che questo accadesse perche’ le persone erano ormai ovunque sottoposte agli stessi stimoli culturali, e questo spinse Mr Ekman a fare un ulteriore tentativo: si diresse nella giungla piu’ impenetrabile in Papua Nuova Guinea, visitando i piu’ remoti villaggi.
E si accorse che persino li’  i componenti delle tribu’  indigene non avevano alcun problema nel riconoscere con sicurezza le differenti espressioni.
Ekman aveva appena stabilito che proprio le espressioni erano il prodotto universale dell’evoluzione.

Decise quindi di lavorare ad una tassonomia, per catalogare il repertorio essenziale delle emozioni umane.
L’impresa si rivelo’ piu’ complicata del previsto, richiese sette anni, e l’amicizia di un chirurgo che stimolasse con ago ed elettricita’  i muscoli recalcitranti a compiere uno specifico movimento.
“Niente affatto una bella esperienza”, ammise Paul in seguito.

Nel nostro viso sono possibili circa trecento combinazioni se consideriamo due muscoli, aggiungendone un terzo diventano quattromila.
Considerandone cinque ci sono circa diecimila possibili combinazioni.
La maggior parte di queste combinazioni ovviamente non significano nulla, sono il tipo di espressione buffa in cui si producono i bimbi annoiati.
Ma Ekman identifico’ circa tremila singole combinazioni associabili a specifiche emozioni.

E poi comincio’ a combinare tra loro le singole espressioni, per coprire l’intero spettro emotivo.
La felicita’, per pescare un esempio dai suoi scritti, e’ essenzialmente l’associarsi delle espressioni sei e dodici, contraendo i muscoli che sollevano le guance (orbicularis oculi, pars orbitalis), in combinazione con lo zigomatico maggiore, che solleva gli angoli delle labbra.

Alla fine Ekman raccolse tutte le sue osservazioni in un’unico catalogo, il “Facial Action Coding System”, che nel tempo e’ diventato la base per studi che spaziano dalla schizofrenia alle malattie cardiache.
Ed il punto di riferimento degli animatori di Pixar e Dreamworks.

L’ultimo tassello lo compose scoprendo che portare sul viso un’espressione provocava gli stessi effetti dell’emozione retrostante.
Sorridendo il suo corpo reagiva con gli stessi segnali biologici di quando provava una grande felicita’, mimando un’espressione di intensa rabbia il suo corpo generava gli stessi impulsi di quando l’irritazione era autentica.
Un’espressione poteva creare i medesimi effetti di un’emozione che non aveva scelto di sentire, positivi o negativi che fossero.

Quest’ultima scoperta puo’ sollevare un paio di corollari: per prima cosa sorridere puo’ davvero migliorare le nostre giornate, e in ultimo la nostra vita.
Ed in seconda battuta possiamo apprendere, con un pizzico di pratica e di volonta’, come comprendere meglio, o persino influenzare, la nostra affascinante interlocutrice esotica!

Mostrare curiosita’ e interesse puo’ di rimando suscitare curiosita’ e interesse?
Che sia stato finalmente svelato il segreto delle interazioni uomo-donna?

Per testare sul campo la teoria sono rientrato in casa, e con frizzantina premura ho cominciato a domandare ad una fanciulla indaffarata e distratta della sua giornata.
Mi ha guardato effettivamente incuriosita per un istante, per replicare infine con piglio indecifrabile: “Abbiamo venti minuti…”.

 

Ps. Per chi avesse voglia di approfondire l’argomento mi sento di consigliare “Blink” di Malcolm Gladwell, lettura affascinante e rivelatrice.