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A Brief Guide to World Domination ottobre 5, 2013

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Mi sono imbattuto di recente in Chris Guillebeau, autore di un interessante blog che trovate qui, ma soprattutto della “Breve Guida per Dominare il Mondo“, liberamente scaricabile da qui.

Fateci un giro, nella dimora web di questo trent’enne dall’aria serafica e con la passione dei viaggi, e può darsi vi stupisca scoprire che non è il solito perditempo con la passione per le foto esotiche.
E nemmeno un aspirante Evil Genius..
Ha scritto un’apologia dell’anticonformismo, il manifesto di cui sopra, contenente forse qualche ingenuità ma coinvolgente ed ironico quanto basta ad accaparrarsi la mia simpatia.
Ha visitato un’ottantina di paesi, passato anni a lavorare con le ONG in Africa, e cominciato a guadagnarsi seguito sufficiente con il suo blog da mantenersi scrivendo.
Ora sta pubblicando in diversi paesi con ottimi risultati di vendite, il che per uno sbarbatello privo di titoli e titoletti accademici non è male.

La sua filosofia parte da un presupposto semplice semplice: non è necessario vivere la propria vita come gli altri si aspettano che la viviamo.
Gatekeepers in primis.
Se si desidera qualcosa con sufficiente intensità, con passione, e si è disposti a fare qualche cambiamento nella propria vita per farla accadere, si può osare anche l’impossibile.
Lasciandosi alle spalle preconcetti, aspettative, e la zona di conforto che ci trattiene dal cercare la grandezza.
Concentrando buona parte del tempo su quanto ci appassiona, cercando nel frattempo di fare la differenza nella vita degli altri.

Se l’idea di un’esistenza tranquilla e mediocre suona come una lenta morte per asfissia, sostiene il buon Chris, ci sono due domande fondamentali da porsi:
#1 Cosa desidero davvero?
#2 Cosa posso offrire al mondo che nessun altro potrebbe?

Già alla prima domanda fatico a dare una risposta, riguardo alla seconda brancolo nel buio più totale.
Eppure l’idea di un significato più profondo dell’arrivare al weekend successivo mi tenta..

Se butto su un pezzo di carta di formaggio la bozza di quella che sarebbe la mia giornata ideale, perfetta, a cominciare da quando alzarsi e cosa sbranare per colazione, e via così per ciascuna ora del giorno, includendo la compagnia che vorrei accanto, sarà poi così difficile fare qualche aggiustamento nella mia agenda in modo da avvicinarmi il più possibile a quel programma?
Nel dubbio ci provo, ed anche se non dovesse funzionare l’esercizio sarà comunque riuscito a farmi imparare qualcosa su me stesso.

Solo che di fronte alla citazione di Martin Luther King:
“Una persona non comincia a vivere finchè non si erge sopra gli angusti confini del suo individualistico interesse, e non abbraccia il più ampio interesse dell’umanità”
resto imbarazzato e pensieroso a rosicchiare la penna.

Devo confessare di vedere spesso le due cose in contrapposizione, i miei interessi o quelli del prossimo, spinto forse dalla competitività e da un imprinting sociale non privo di pessimi esempi.
Ma quello che di questo pamphlet mi piace è la convinzione di Chris nel ripetere alla gente, ed a me che avevo bisogno di sentirlo ancora una volta, che si può fare qualcosa di buono per gli altri mentre si cerca di raggiungere la propria personalissima felicità.

Sul come pochissimi lumi, ma forse è già abbastanza che qualcuno trovi ancora la voglia e le parole per indicare la direzione, al cammino occorre pensarci da soli.

Garbage In Garbage Out settembre 24, 2013

Posted by brzo in Change!.
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Javali In un lunedì di pioggia risulta ancora più sgradevole cominciare la settimana, ma nulla mi rende difficile carburare a dovere quanto l’apertura delle missive accumulatesi.
Riesco a prevedere con tragica accuratezza, ancora prima di mettere piede in ufficio, il numero di repliche fumose, note più o meno cordiali o pertinenti, reminder circostanziali, inviati nel weekend soltanto per proclamare la propria reattività senza davvero comunicare assolutamente nulla.
A ciascuna di queste normalmente risponderei, contribuendo anch’io ad alimentare questo maelstrom di non-informazioni, per un principio di pura e semplice cortesia professionale.

Forse è soltanto un malumore passeggero, il pranzo a base di hamburger carbonizzati non ha migliorato la giornata, ma comincio a rendermi conto di perdere una quantità di tempo imbarazzante a scrivere & scrivere senza poter aggiungere nulla di valore.
Garbage in – garbage out ho deciso di definirlo, in un moto perpetuo di frammenti inutili e confusi.
I dati che arrivano sono incompleti, ambigui, imprecisi, ergo le mie risposte approssimative sono giustificate e giustificabili.
Ma sempre cordiali e ricche di positività e spirito di collaborazione, of course.
Comincio a trovarlo frustrante..

Da domani tento un esperimento dalla profonda valenza sociale: rispondo solo e soltanto a ciò che è prioritario, puntuale e realmente significativo, il resto scivola rapidissimo verso la cartella C:\SPURGO del mio hard disk.
E vediamo cosa succede.
Nel peggiore dei casi contribuirò all’immagine di burbero insensibile che ho già abbozzato, e che dopotutto mi fa buon gioco, ricevendo una tirata d’orecchie e tornando eventualmente sui miei passi.
Ma se invece avessi ragione guadagnerò preziosissimo tempo per riequilibrare il mio precario work-life balance, riportandolo verso orizzonti sostenibili.

Anche perchè mi stavo domandando, chi riceve il mio lavoro migliore?
Troppo spesso non il mio cliente principale, e talvolta nemmeno il mio capo, bensì con orribile frequenza il grafomane impazzito che mi intasa a intervalli serrati di richieste di supporto, analisi, e consulenza astrologica.
Semplicemente perchè sa benissimo che pur di farlo smettere sono propenso a consegnargli un lavoro ineccepibile persino in anticipo sulle scadenze (gli presento anche un’amica carina, se promette di fuggire con lei in Patagonia..).
Soltanto che così facendo contribuisco a rendere premiante il suo (intollerabile) modo di fare.
E rendermene conto è stato come essere folgorati sulla via di Damasco, solo con temperatura tropicale e piogge orizzontali..

Quindi, sempre da domani (che è un giorno buono come un altro per cambiare abitudini), tento un secondo esperimento: replico con assoluta priorità a chi si pone in maniera corretta e collaborativa, lasciando ad accumularsi nei meandri della mia capiente Inbox tutte le richieste inconcludenti, scortesi, autoritarie e semplicemente arroganti oltre misura.

Quello che mi aspetto è di riuscire a trasmettere nel medio termine la chiara definizione che l’unica maniera di ottenere un buon output sia mandando un buon input.
Simple as that.

Di spazzatura continuerà ad arrivarne a badilate, non mi faccio illusioni, ma se riesco a filtrarla, ed a far uscire soltanto ciò che mi convince davvero, sono certo che sarà un netto e deciso guadagno tanto in serenità quanto in produttività.
Senza contare che tornerò ad avere il vivace appetito di un adorabile cucciolo di javali, invece che ruminare amarissima bile..

Don’t fear the Reaper settembre 20, 2013

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Attraverso il Times scopro che Google sta lanciando (ed abbondantemente finanziando) un’altra scommessa, leggasi start-up, Calico, che si occuperà di esplorare nuove soluzioni riguardo l’invecchiamento degli esseri umani.

Ora, che una delle aziende tecnologiche di punta si interessi al mio processo di decadimento fisico non può che farmi piacere, stiamo parlando di chi vorrebbe rendere disponibile internet al mondo attraverso palloni aerostatici ad alta quota, quindi sono moderatamente ottimista..
Tuttavia una vocina mi allerta: se tra dieci o vent’anni, e quindi auspicabilmente in tempo utile per approfittarne, potrò trasferire pensieri e coscienza in un processore e candidarmi all’immortalità in un simulacro digitale, diventerò una creatura ancora più facilmente manipolabile?

Ammettendo di potercelo permettere, e quindi senza scivolare nella questione di un digital divide di funebri conseguenze, finiremo diventare codici a barre nel database di una corporazione il cui core-business è la ricerca di informazioni ed il marketing mirato accanto ad esse?
Assisteremo ad una Resistenza fatta da chi ostinatamente rifiuta di prolungare il proprio passaggio su questa palla di fango come scelta di consumo consapevole?

Lessons in Humility settembre 17, 2013

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new world

Le ultime mail arrancano nella posta in uscita, senza nemmeno rendermene conto anche oggi ho fatto tardi in ufficio.
Chiudo il portatile e raccolgo le mie cose, ma è passata da un pezzo l’ora di cena e non ha particolarmente senso affrettarsi.
Soltanto quando raggiungo il parcheggio noto che la mia è una delle poche auto in vista, quindi monto su, saluto con un cenno la guardia armata che passeggia davanti all’ingresso e sgommo via..

Piove ininterrottamente da stamattina, e l’intero quartiere industriale è privo di illuminazione, se non conoscessi a memoria il percorso sarebbe difficile orientarsi.
Per imboccare l’autostrada verso casa percorro velocemente le stradine semi-sterrate intorno alla fabbrica, gettando l’automatica occhiata in giro.
Il terreno costa poco da queste parti, di conseguenza la produzione si è installata nel peggior quartiere della città, dove sono frequenti assalti e sequestri-lampo.
Accelero per levarmi velocemente di lì, un paio di rampe per salire sulla rapida, e fatte poche centinaia di metri prendo un fosso.
Una buca scavata dalla pioggia e dai mezzi pesanti che riforniscono gli stabilimenti, comune nelle strade di periferia con poca manutenzione.

Uno schiocco secco e il volante prende a tirare penosamente verso sinistra.
Impossibile proseguire, termino la rampa e accosto.
Scendo e confermo i peggiori sospetti: pneumatico completamente a terra.
Richiamando all’attenzione una folta schiera di santi scendo sotto la pioggia e vado al bagagliaio, sistemo il triangolo di allerta, e prendo il necessario per cambiare la gomma.
Mi inginocchio in elegante completo gessato accanto alla ruota, ormai zuppo, e provo a smontarla guardandomi intorno nervosamente: nessuno in vista, a parte gli autocarri che sfrecciano a mezzo metro da me sollevando ventate di fanghiglia.
La stronza non viene via, nemmeno caricando sulla chiave tutto il mio considerevole peso.
La prendo a calci fino a stancarmi, non si allenta.

Torno in auto e chiamo un carro attrezzi: tempo di attesa per l’intervento tra i 60 e i 90 minuti.
Accendo una sigaretta e mi tornano in mente tutti gli omicidi avvenuti lì davanti, aneddottica scambiata alla macchinetta del caffè tra espatriati, statistiche per spaventare i nuovi arrivati, persino il collega sequestrato fino al bancomat poche settimane prima (e pestato perchè comunque è buona regola).
Sposto la carta di credito e una manciata di denaro sotto la camicia, il resto lo consegnerò senza battere ciglio.
Novanta lunghissimi minuti mi attendono.
E conto di trascorrerli tutti maledicendo questo paese, questa città, questa strada, e questa cazzo di macchina.

Dai finestrini non si vede assolutamente nulla, niente lampioni, ma non riesco a smettere di spostare lo sguardo da un retrovisore all’altro.
Il battere della pioggia sui vetri ed i motori che passano accanto sono gli unici suoni.
Sono passati soltanto pochi minuti, quando due fari alle mie spalle accostano e si fermano dietro di me, buttando giù il triangolo.
Scende qualcuno.

Non ha senso restare in macchina.
Vaffanculo.
Scendo anch’io.

Davanti a me c’è un ragazzo mingherlino, pantaloni scoloriti e una felpa sudicia, accanto ad un furgone malconcio.
Ho battito e respiro accelerati, e per quanto mi imponga la calma sento la voce tremare mentre lo saluto.
Avrà vent’anni, e mi squadra per un attimo prima di avvicinarsi anche lui, poi mi risponde altrettanto nervosamente.
Mi chiede indicazioni per l’altro lato della città, con un accento pesante che non identifico, e con infinito sollievo realizzo che deve essersi perso.
Replico che non sono di quelle parti, che non so aiutarlo, e mi volto per tornare in macchina.
Deluso, fa per fare lo stesso, ma apre la portiera ed esita.
Non sei brasiliano, mi dice, di dove sei?
Italiano, replico.
Cosa ci fai fermo qui?
Gomma forata.
Chiude la portiera e torna indietro.
Non dovresti stare qui, mi fa, è pericoloso.
Ti aiuto io, irmao. Ce li hai gli attrezzi?

Lo sto ancora fissando inebetito mentre glieli porgo, e finalmente col peso di entrambi sblocchiamo i bulloni della ruota.
Si allentano e lui mi guarda per un attimo: sbrighiamoci.
Gli passo il cric, e si inginocchia in mezzo al fango per sistemarlo sotto l’auto e sollevarla.
Terra e pioggia gli chiazzano gli abiti, e io mi sento mortificato mentre tento goffamente di dare una mano.
Continua a piovere, e veniamo continuamente investiti dalle ventate sudicie provocate dai mezzi che corrono alle nostre spalle.
Cambiamo la gomma continuando a lanciare occhiate intorno a noi, e per spezzare il silenzio mi dice che dell’Italia gli è sempre piaciuto Buffon, sai, il portiere.
Non riesco a trovare nulla di intelligente da replicare.
Piace anche a me, peccato stia invecchiando.
Torniamo a lavorare in silenzio.
Ci mettiamo appena qualche minuto, ma sembra un’eternità.

Appena terminato butto gomma e attrezzi nel bagagliaio, di corsa, chiudo e cerco di esprimergli la mia gratitudine.
Provo a ringraziarlo, trovando solo parole sconnesse per la sua gentilezza, e gli metto in mano una banconota.
Sgrana gli occhi e mi guarda sinceramente stupito, anche se non è una gran cifra, nemmeno un terzo del prevedibile conto di un carro attrezzi.
Me li stai dando perchè ti ho aiutato?, mi chiede in tono quasi offeso.
No, te li sto dando perchè io non l’avrei fatto.
Sincerità radicale, potremmo definirla.
Mi sorride, con quello che a me sembra uno sguardo di orgoglio, ricambio e gli stringo la mano.
Leviamoci da questo bairro, mi saluta, qui è pericoloso. E vai in borracharia a riparare la gomma.
Grazie, amico.

Ciao.

Salgo in macchina, e parto di scatto.
Lui fa la stessa cosa dietro di me, mi segue per un po’, poi un cenno dei fari e prende una laterale.
Una sigaretta, respiro a fondo, ho le mani coperte di gomma e terra e non riesco a tenere fermo l’accendino.

Percorrendo la strada verso casa ho tempo di riprendere il controllo, e pensare davvero a questo paese.
Dove un ragazzino che ha già poco lo rischia istintivamente per aiutare uno sconosciuto.
E lo considerà normalità, perchè la ricompensa è il gesto in sè, e forse il sapere che un giorno sarai dall’altra parte e qualcuno aiuterà te.
Una prospettiva irragionevole e aliena per un individualista come il sottoscritto.

In una strada buia, sotto la pioggia battente, nel peggior bairro di una città violenta, io non mi sarei fermato.
Ed improvvisamente mi rendo conto di quanto la mia sagace razionalità sia sopravvalutata, e di quante persone migliori di me ci siano in giro.
Entrato in casa, varcando la soglia accogliente e familiare del salotto, mi levo di dosso pensierosamente i vestiti fradici e mi ritrovo a ridacchiare..
Il mio bagno di umiltà.

Ho veramente molta strada da fare..

Be Yourself luglio 7, 2013

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Come sempre fatico ad organizzare l’agenda in modo da farci stare tutto l’essenziale, e quando mi capita di fallire miseramente nell’intento può talvolta capitare la fortuna di veder arrivare in soccorso gli amici.
Quindi oggi ospito qui un guest post arrivato pochi minuti fa dal beffardo cacciatore di teste Vittorio, curiosamente dotato di penna tagliente e mano ferma.
Genufletto e ringrazio!

Prendo spunto da un paio di fatti ultimi per una riflessione su un improbabile parallelismo, che da qualche giorno mi tarla il cervello con i suoi mille cunicoli di dubbi.
Ultimamente, per lavoro, ho avuto l’occasione di incontrare parecchi laureandi/neolaureati, e di far loro un colloquio per dar loro una possibilità di farsi conoscere dalla grande azienda.
La prima reazione, quando questo incarico mi è stato dato (anche se in realtà in parte me lo sono arraffato, per togliermi un po’ dalle solite attività di ufficio), è stata di goduria.
Dopo 6 anni e un pezzo di lavoro, finalmente cominciavo a gustare quell’aura di professionalità e grandeur che un “responsabile delle risorse umane” fa quando si presenta per colloquiarti.
E per assaporare fino in fondo gli sguardi intimoriti dei candidati (che hanno, ormai, dai 7 ai 9 anni meno di me….) mi sono anche preparato con metodo Stanislavskij da George Clooney nelle vesti del tagliatore di teste.

Vestito buono, cravatta ricercata, cromia bleu/bianco, scarpe Moreschi e Tissot.
Per farci capire, l’idea da trasmettere era quella del: “ok, sono quello cazzuto. Vediamo che sai fare.”
Partito con le migliori intenzioni professionali (scovare il Maradona dei candidati), e con un pizzico di arroganza e sadismo (sedersi dall’altra parte della scrivania a parlare con chi non ha mai visto il mondo del lavoro a me fa capire il detto siciliano “cumannari è megghiu ca futtiri”), mi son ritrovato a fare da amorevole padre a ragazzini (mentalmente parlando) che sembravano caduti dal pero.
E che, invece che darmi la soddisfazione attesa, hanno risvegliato in me un dubbio atavico.
Cosa vogliamo essere?

Su quasi una ventina di candidati nel giro di un paio di giorni, nessuno ha risposto alla fatidica domanda “cosa vuol fare da grande?” con un’aspettativa, foss’anche “voglio essere il primo pornodivo a girare un video dendrofilo nello spazio” (che per lo meno avrebbe dimostrato grande creatività del candidato: ve lo immaginate Buzz Aldrin copulare con un olmo nella ionosfera?).
La risposta media (tolte le classiche “acquisire competenze per fare un lavoro di mio interesse, nel quale raggiungere anche qualche obiettivo di carriera”, o “trovare il giusto equilibrio tra professione e interessi personali”, che ammetto di aver subito smontato) è stata: non lo so in realtà.
Ma vorrei fare qualcosa che davvero mi piace, e spero che il lavoro me lo insegni.
E qui, mentre cercavo di stimolare i candidati di turno a darmi un’idea più concreta di cosa volessero essere, dentro di me è cresciuto il dubbio.
Siamo sicuri di fare qualcosa che davvero ci rappresenta?
O, per meglio dire: stiamo operando per mettere in atto noi stessi? o facciamo solo quello che il nostro ego sociale ci impone di fare di volta in volta?
Ammetto di non aver trovato la risposta.

Ma, almeno, ho capito come affrontare il problema, ripensando a quando, da piccolo, facevo i primi saggi di pianoforte.
Il mio ricordo più bello legato alla mia fase prevalentemente musicale (nella quale ancora credevo di poter diventare un grande pianista) è un’esecuzione pubblica, davanti ad un centinaio di persone (chiamarlo concerto sarebbe da tronfi…).
Non portavo il brano più difficile del repertorio, ma quello che credevo essere (solo) un po’ più d’effetto, e di facile presa sul pubblico.
Avevo 10 anni, suonavo da 2, e portai Per Elisa, di Beethoven.
Ricordo ancora (suonavo tra gli ultimi) di essere arrivato allo sgabello con un po’ di preoccupazione, perché sì, il pezzo lo conoscevo a memoria, ma tutta quell’attesa mi aveva da un lato fiaccato, dall’altro fatto perdere un po’ di certezza nelle mie capacità.
Appena partii, invece, successe una cosa incredibile.
Un po’ per evitare la tensione che in altri concerti mi ha poi teso trappole, un po’ per la stanchezza, lasciai, come si dice in gergo, andare le mani.
Svuotai la mente sostanzialmente (a 10 anni riesce ancora bene), e un po’ mi rassegnai a fare un’interpretazione a macchinetta.
Il risultato fu, invece, una delle migliori esecuzioni che io abbia mai fatto, e la sensazione profonda, per una volta, di aver lasciato che quello che volevo fare si impadronisse di me e operasse al posto mio.

A 20 anni di distanza, con un lavoro che mi soddisfa, una famiglia appena creata e e le prime esperienze di vita stanziale, non credo di poter dire di aver mai più provato quello che provai quel giorno.
E mentre la mia mente divaga su questi temi, di colpo ritorno nel mio vestito bleu, nelle mie Moreschi lucide, con lo sguardo distaccato su un candidato che biascica qualcosa.
Mi riconcentro, e sento il ragazzo dire: “posso permettermi una domanda?”
“dica”
“beh.. io non ho mai lavorato, ma lei… dopo 6 anni… non so come chiederglielo, dunque… cosa ti insegna il lavoro?”
“A essere quello che sei figliolo. E se non te lo insegna, cambia lavoro. Fai altro, foss’anche l’astronauta innamorato delle betulle” avrei voluto rispondergli.
Ma il mio ego sociale ha sfornato una risposta diplomantica.

Crooked Little Vein luglio 5, 2013

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crookedChe le narrazioni on the road esercitino sul sottoscritto un fascino primordiale è cosa nota, da sempre il viaggio come occasione di scoperta e di cambiamento è capace di catalizzare pensieri ed energie, spingendomi ad accantonare (temporaneamente) la beata pigrizia di fondo.
Ma in momenti di delirio lavorativo la ricerca diventa soprattutto quella dell’evasione, della fuga dal prevedibile quotidiano, che assume talvolta i toni grotteschi di un dipinto di Bosch.

Quindi è con una certa soddisfazione che in questi giorni ho riletto Crooked Little Vein, unico romanzo dell’altrimenti prolifico sceneggiatore di comics Warren Ellis (chi ha letto Transmetropolitan sa cosa aspettarsi).

Comincia così.

I opened my eyes to see the rat taking a piss in my coffee mug. It was a huge brown bastard; had a body like a turd with legs and beady black eyes full of secret rat knowledge. Making a smug huffing sound, it threw itself from the table to the floor, and scuttled back into the hole in the wall where it had spent the last three months planning new ways to screw me around. I’d tried nailing wood over the gap in the wainscot, but it gnawed through it and spat the wet pieces into my shoes. After that, I spiked bait with warfarin, but the poison seemed to somehow cause it to evolve and become a super-rat. I nailed it across the eyes once with a lucky shot with the butt of my gun, but it got up again and shat in my telephone.

Ed è soltanto l’inizio, è il caso di aggiungere..

Si può inquadrarlo come un noir, che non rinnova i canoni del genere e lascia il retrogusto della letteratura pulp anni Sessanta, protagonista uno sfortunato investigatore ingaggiato per ritrovare la Costituzione apocrifa dei Padri Fondatori.
Ed è da questa premessa che parte il serrato viaggio di Mike McGill attraverso l’underground a stelle e strisce, tra serial killer dall’abile oratoria e porno fans erpetofili, destreggiandosi tra pittoresche devianze nella ricerca del prezioso documento..

Il refrain di fondo è che nell’era del wi-fi, il concetto stesso di mainstream si è allargato a comprendere le espressioni più estreme dell’individualità, e nonostante questo viviamo un paradosso: la lotta per difendere le libertà personali da coloro che vorrebbero omologare comportamenti e pensieri si è fatta ancora più serrata e indispensabile.

Durante una memorabile discussione, un soddisfatto pluriomicida definisce così la questione:

Consider this, though. If I’ve seen it on the Internet, is it still underground? ‘Underground’ always connoted something hidden, something difficult to see and find. Something underneath the surface of things, yes? But if it’s on the Internet — and I do praise the Lord that I lived long enough to see such a wondrous thing — it cannot possibly be underground. . . My point, however, is that the Internet is more than a system for holding pictures, whether it be of people’s backsides or my hands all slick and yellow with human subcutaneous fat. It is the greatest mass-communication tool ever invented, and utterly democratic beyond the entry-level requirement of having a computer.

Spaventosamente vicino al vero, non trovate?

Le pagine scorrono rapide, ed è una lettura che termina in qualche serata lasciando addosso un mezzo sorriso per settimane.
Cosa chiedere di più?

Mi mantengo volutamente sul vago, niente spoiler, ma non posso che consigliare questa fiaba oscura e bizzarra dai toni sarcastici e dannatamente avvincenti.
Con una protagonista femminile memorabile ed un cast di comprimari tratteggiati in ogni umana debolezza, potrebbe rivelarsi la perfetta lettura da spiaggia.

E spingervi a guardare con occhi differenti la prossima replica di Godzilla..

 

Project deadlines luglio 3, 2013

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ce6b33f31b5ee4f79d13730731d17137Calvin & Hobbes funziona per me come un breviario da passeggio: aprire una pagina a caso e ricevere ispirazione..

Run baby run giugno 30, 2013

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Concluso l’ennesimo trasloco, si torna a fermare i pensieri nello scatto estemporaneo di un post.

Sono settimane di violenta protesta in Brasile, la disparità di condizioni economiche e l’elevato tasso di corruzione hanno indignato la popolazione oltre il limite di paziente accettazione, questo l’avrete già sentito.
Quello che raramente appare sui quotidiani, e verso il quale credo valga la pena volgere lo sguardo per un momento, è che il sistema sanitario brasiliano funziona discretamente male nel settore pubblico, con ampie porzioni di territorio prive di assistenza medica.
La copertura è garantita soltanto da strutture private, ma la percentuale di popolazione che può effettivamente permettersi un’assicurazione sanitaria non arriva al 15%: questo significa 150 milioni di cittadini dalle incerte possibilità di cura. E stupisce che tra le rivendicazioni del movimento sia stata appena accennata la necessità di un aumento esponenziale di investimenti pubblici nel settore.

Quando nel Vecchio Continente ci lamentiamo dell’elevato prelievo fiscale, che paga anche questo tipo di servizi, vale la pena di considerare quale tipo di società vogliamo lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi. Basse imposte uguale livello base di diritto che cala drasticamente.
Credo valga ancora la pena di sollevare sopracciglio e voce verso chi propone austerity e privatizzazioni, perchè diritti che diamo per scontati possono ancora essere dimenticati e rimossi.

Adesso scusatemi, ma corro a lavarmi i denti, scattare nelle mie serie di flessioni e correre nel parco come avessi un Cerbero alle calcagna, il tutto senza dimenticare di passare a prendere le vitamine e i cereali nella farmacia di quartiere.
Perchè ogni volta che lo sguardo incontra corpi brasiliani scultorei e invitanti, mi ritrovo a pensare che potrebbe essere mancanza di alternative più che spiccato senso estetico.

Passion lives here settembre 8, 2012

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Cosa davvero riesce a fare breccia nella nostra distratta indifferenza?

Fumando una cicca digestiva, mentre abbraccio il traffico serale con lo sguardo, resto a domandarmi quale darwinistico meccanismo selettivo spinga alla sopravvivenza solamente una manciata di idee, quando la maggioranza si perde invece in un rapido oblio.
Perche’ alcune si diffondono rapide come una pandemia mentre altre sopravvivono appena il tempo di un respiro, e svaniscono rapide come erano apparse?
Credo che la passione che alimenta e sospinge l´idea sia il primo vero discriminante, ma forse da sola neppure questa motrice e´ sufficiente.

Voglio provare allora a definire un paio di elementi addizionali di classificazione, da usare come bussola per cercare un orientamento: funzionalita’ e struttura.

Idee con un’elevata armonia stutturale, ed un proposito chiaro e definito, possono dare vita ad una scintilla rivoluzionaria.
Le piu’ grandi innovazioni tecnologiche confluiscono in questa categoria, dalle piramidi ai satelliti.
Quando la prima regola del marketing, la soddisfazione di un bisogno, incontra una soluzione elegante, siamo quasi certamente di fronte non solo ad un successo commerciale, ma anche ad un elemento in grado di cambiare abitudini e costumi dati per immutabili.
E´ accaduto per le tecnologie di comunicazione, i mezzi di trasporto, l´architettura, e potremmo applicare la stessa regola anche ai beni di consumo quotidiano, dalle scatolette ai surgelati per il microonde.

Se invece ci troviamo di fronte ad un pensiero disfunzionale, eppure dotato di una struttura brillante e organica, e’ probabile che la parola “Arte” sfugga dal cuore, prima ancora che dalle labbra.
Di fronte ad un quadro di Magritte le apparenti illogicita´ si mescolano alle forti sensazioni che quell´immagine e´ in grado di trasmettere, usando un linguaggio che si rivolge direttamente al cuore.

Esattamente il contrario di quanto invece un concetto debole e confuso possa mai sperare di fare: la mancanza di applicazione pratica e di fascino lo condannano inesorabilmente.
Diversi prodotti dell´ultima decade possono fregiarsi di questo titolo (ora che sono stati ritirati dal mercato), ma come portabandiera il mio favorito resta la tecnologia “Smell-o-vision“, che prometteva di aggiungere la dimensione olfattiva al cinema.
Ahhh, l´odore del napalm al mattino..

Prendiamo un ultimo esempio, per approfondire il ragionamento: la tecnologia Sixth Sense, un’interfaccia gestuale per la realta’ aumentata, sviluppata da un giovane ricercatore del MIT, Pranav Mistry.
Le sue applicazioni sono quasi illimitate, potendo migliorare l´interazione con praticamente qualsiasi tipo di informazione, e nel volgere di pochi anni potrebbe davvero mutare radicalmente il nostro rapporto con la realta´.
Senza dubbio non manca di scopo, o di eleganza, e certamente non di struttura: perche´ allora non campeggia sui cartelloni pubblicitari delle nostre citta´?

Perche´ quel che di veramente notevole si annida nella storia di questa tecnologia non riguarda il pur incredibile risultato di sublimare un’interfaccia informatica in un gesto, bensi’ la decisione del suo ideatore di rinunciare ai brevetti per disponibilizzare hardware e software attraverso una licenza freeware.
Mr Pranav, resosi conto che la commercializzazione della sua idea ne avrebbe limitato la circolazione e la fruizione, ha deciso di regalarla al mondo.

Pur consapevole di rinunciare ad una travolgente campagna pubblicitaria, e senza dubbio a guadagni considerevoli, questo ingegnere indiano (puntino, non penne) ha deciso di credere in un futuro migliore.
Per quanto mi riguarda un eroe dei nostri tempi, ma quel che piu´ importa e´ che l´elemento mancante per permettere a quest´idea per diffondersi e´ solo la nostra scelta, libera e incondizionata: potra´ volerci qualche anno a raggiungere il tipping point di una massa critica di utenti, ma la strada e´ gia´ tracciata e l´orizzonte appare luminoso.

Puo’ darsi allora che la vera forza di un’idea non sia riconducibile solamente alla tassonomia delle sue componenti, ma che si riveli completamente soltanto nella passione che la spinge.
E che la potenza di una visione sia davvero l’unico elemento chiave per permettere ad un’idea di diffondersi, e suscitare una reazione.. anzi, una rivoluzione.

Coming Home agosto 16, 2012

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La giornata di lavoro e’ finita, a rapide falcate mi dirigo verso il parcheggio e salto in auto.
Qualche volta tutto quello che ci vuole per spegnere i pensieri e’ una bella canzone, quindi alzo il volume sugli Afterhours e metto in moto.
Mi colpisce il pensiero che ascoltarli qui in Brasile sia come introdurre un animale esotico nella periferia milanese, solo al contrario..
Liberiamolo dunque: abbasso il finestrino, una ritoccatina al volume e scatto in direzione centro cittadino.

Il paesaggio scorre veloce ai lati mentre approfitto dei varchi nel traffico per guadagnare tempo e posizioni.
Ormai e’ queste strade sono familiari, ed accolgono sterzate morbide e semafori bruciati come se mi accompagnassero nel rientro serale.
Cosi’ per un attimo mi soffermo a riflettere che in pochi mesi questo sfondo e’ passato dall’essere estraneo e ostile ad essere il teatro amichevole dei riti quotidiani.
Quanto in fretta riusciamo ad assimilare la rivoluzione di paradigmi ed abitudini!

Prima ancora che il mio trasloco abbia attraversato l’oceano e sia stato liberato dalla dogana, e quindi senza nulla di quel che di familiare avevo intorno fino a un attimo fa, mi rendo conto che il concetto di focolare domestico si sta gia’ assestando sul nuovo scenario.

Se il solitario neurone che ancora mi accompagna si sta gia’ ambientando cosi’ bene, comincio a sospettare che di realmente indispensabile in fondo ci siano solo le relazioni, tutto il resto puo’ essere gettato nel secchio dell’accessorio.

E se la distanza di un oceano puo’ essere annullata con una manciata di click, e rivedere un sorriso o scambiare un pettegolezzo e’ questione di istanti, cosa definisce il luogo che consideriamo casa?

Sto semplificando, e’ evidente, nulla sostituisce un abbraccio o una bevuta nel portico.
Ma se fino a pochi anni addietro chi cambiava paese si lasciava indietro ogni cosa, oggi il ventaglio di possibilita’ che si apre per annullare le distanze con relazioni e affetti e’ impressionante.

Questo genera un corollario interessante: se cambiare vita e paese diventa progressivamente piu’ semplice (burocrazia a parte), stiamo forse assistendo alla nascita della prima generazione di lavoratori davvero globali e globalizzati?
Maree ondivaghe di persone che si spostano da un paese all’altro in cerca delle condizioni migliori, senza per questo perdere il contatto con i propri cari.

In questo contesto, il concetto stesso di nazionalita’ ha ancora un senso?
Mi rendo conto che sia funzionale alla gestione ordinaria degli organismi governativi, che devono pur sapere a chi inviare le cartelle esattoriali.
Ma dalla prospettiva degli individui, che questi organi dovrebbero rappresentare, il luogo contingente in cui si trovavano i nostri genitori quando siamo venuti al mondo e’ ancora l’elemento piu’ rilevante per catalogarci?
Ne esce ancora peggio lo iure sanguinis, perche’ considerare l’albero genealogico in un contesto di spostamenti sempre piu’ rapidi corre il fortissimo rischio di diventare anacronistico e inefficace.

Mi spingo oltre, se la nazionalita’ diventa un concetto temporaneo, i primi Stati che prenderanno misure concrete per attrarre i lavoratori migliori saranno quelli che si ritroveranno con la produttivita’ piu’ alta.
Ed avranno tutto l’interesse a considerare questi nuovi arrivati come cittadini a tutti gli effetti, perche’ saranno loro a detenere una fetta consistente di redditi (tassabili) e conoscenze (brevettabili).
Ed avranno quindi tutto l’interesse a favorire anche la loro rapida integrazione, ed a garantire magari una immigrazione agevolata per i profili piu’ ricercati dal mercato.

Sogno ad occhi aperti, come contrappasso alle infinite rogne burocratiche da affrontare oggi per cambiare paese?
Puo’ darsi, ma resto convinto che la partita dei prossimi anni si giochera’ sul campo della conoscenza, e che questo inevitabilmente impattera’ i flussi migratori.
Alla politica il compito di direzionare questi flussi secondo criteri di giustizia ed equita’, che considerino le persone capitale umano su cui investire e non solamente risorse da sfruttare.

Ed in questo rimuginare apro la porta di casa, e sprofondo in un divano che sto iniziando a trovare comodo..